A partire dall’esercizio 2017, in Italia, con il d.lgs. n. 254/2016 diventa obbligatorio, per le grandi società di interesse pubblico (le società quotate sui mercati regolamentati d’Italia e UE, le banche, le imprese di assicurazione, che abbiano superato determinati livelli di numero di dipendenti e determinati risultati economici e patrimoniali) redigere un documento che riassuma tutte le informazioni di carattere non finanziario, le cosiddette Dichiarazioni non finanziarie. Quanti di voi sanno esattamente di cosa sia questo documento e quali informazioni debba contenere? Ad oggi l’obbligo è solo per grandi aziende di interesse pubblico, visto che l’Unione Europea sta focalizzando sempre di più la sua politica verso il raggiungimento di uno sviluppo quanto più sostenibile, siamo sicuri che questo obbligo presto non andrà a colpire tutti gli operatori economici?

Le crescenti preoccupazioni per i livelli di inquinamento e per il surriscaldamento globale, la sempre maggiore attenzione ai diritti umani e i dei lavoratori, portano a pensare che questo sia solo l’inizio verso un cammino di regolamentazioni sempre maggiori.

Per poter comprendere a fondo cosa si intende per sviluppo sostenibile e il sistema di reportistica che c’è dietro, dobbiamo prima fare un excursus.

Qualche definizione

Era intorno alla metà degli anni 50 quando si iniziò a parlare di Business Ethics. Da qui il dibattito si è svoluto fino alla teorizzazione della cosiddetta Corporate Social Responsibility (Responsabilità Sociale d’Impresa) si intende “L’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali e ambientali delle imprese nelle loro opere commerciali e nei rapporti con le parti interessate (stakeholders)[1]. Per Stakeholders si intende tutti i portatori di interesse dell’azienda: dai soci, all’amministratore, ai dipendenti, ai clienti e fornitori, alla comunità dove l’azienda risiede, alle generazioni presenti e future.

Col tempo il dialogo si è molto evoluto, e ad oggi più che di Responsabilità Sociale d’Impresa in sé, il focus si è spostato verso la ricerca di uno Sviluppo Sostenibile, ossia quello sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

Parlare di Sviluppo Sostenibile, più che di CSR, ha consentito di far comprendere ai manager e all’opinione pubblica quanto questo tema non fosse di ostacolo allo sviluppo del core business (inizialmente questa era la principale preoccupazione di molti detrattori), ma bensì lo agevolasse. Per poter essere sostenibile, infatti, un’attività deve esserlo su ogni fronte: sul fronte ambientale, sul fronte sociale ma soprattutto sul fronte economico e finanziario, e questo lato va tenuto in estrema considerazione se si vuol valutare la sostenibilità di un soggetto economico. Senza un adeguato livello di sostenibilità economica un’impresa non potrà infatti essere in grado di creare ricchezza e valore aggiunto[2] né per sé né per gli stakeholders.

Come si misura la sostenibilità di un azienda?

C’erano una volta i Bilanci Sociali, documenti che, verso la fine degli anni Sessanta, hanno iniziato a raccontare le attività imprenditoriali sotto una luce non più solo economica e finanziaria, descrivendo la capacità dell’impresa di soddisfare le esigenze degli stakeholder, nei quali veniva descritto ciò che l’azienda offre e ciò che essa riceve dal sistema sociale.

Successivamente (primi anni Ottanta) apparvero i primi Bilanci Ambientali, in cui venivano indicate le buone pratiche che le aziende mettevano in atto per preservare il territorio.

Responsabilità sociale d'impresa

Oggi si parla di Report Integrati, ossia un unico documento che racchiude tutti i dati inerenti al lavoro di un’azienda: dai dati sulla sostenibilità economica e finanziaria, ai dati sulla sostenibilità ambientale e sociale, un documento unico che descrive quanto tutti questi aspetti in un’azienda siano altamente interconnessi.

Visto però che tali report vengono redatti su base volontaria, non potrebbe esserci il rischio che le aziende includano informazioni ingannevoli e non veritiere e lo utilizzino più per azioni di greenwashing [3]? È successo e purtroppo continuerà a succedere, e difatti questo comportamento ha portato a far perdere la credibilità su di uno strumento che può rivelarsi in realtà molto utile. Non è sufficiente infatti che un’impresa si doti di strumenti di gestione responsabile, che abbia dei progetti di cause sociali, che faccia beneficienza, che abbia ottenuto certificazioni, per affermare che sia socialmente responsabile, (pensiamo ad esempio al caso Enron, in cui l’azienda si era dotata di un apparentemente ottimo codice etico ma finì per fallire improvvisamente a causa di prassi finanziarie non molto ortodosse, o al caso Parmalat, che redigeva puntualmente un Bilancio Sociale ed era molto coinvolta nella sua comunità di appartenenza, ma di cui tutti ricordiamo il tragico crac).

Uno dei più grandi errori che le aziende spesso commettono è quello di considerare la sostenibilità come un traguardo da raggiungere, mentre andrebbe vista come un percorso prolungato, durante il quale l’azienda e i suoi stakeholders cercano di migliorarsi vicendevolmente e continuamente. È necessario che ci sia una solida cultura aziendale improntata alla sostenibilità.

Come si può risolvere questo problema?

  • Le Dichiarazioni non finanziarie, di cui abbiamo parlato all’inizio, sono soggette a due forme di controllo: quello interno del collegio sindacale e quello esterno della società di revisione. Riportare informazioni non veritiere sarebbe una frode.
  • Per regolare i Report Integrati dal 1997 il GRI (Global Reporting Initiative) si sta impegnando a creare degli standard che le aziende devono seguire per stilare un documento veritiero e completo, che passa poi al vaglio del suddetto organo e che fornisce una fotografia degli impatti positivi (e negativi) delle imprese rispetto ai portatori di interesse. Inoltre, si richiede ogni anno un miglioramento degli indicatori inclusi nell’analisi, in modo da spingere l’azienda a migliorarsi anno per anno. Così facendo le aziende possono essere valutate tutte secondo uno stesso standard.

Il momento della stesura del report integrato, infine, è un’ottima occasione per l’azienda per tirare le somme sul suo operato, non solo dal punto di vista finanziario, come si può fare con un bilancio contabile, ma anche da quello manageriale/amministrativo. Redigerlo in maniera non corretta potrebbe risultare estremamente controproducente in primis per l’azienda stessa.

Quali vantaggi?

Guardando al lato unicamente operativo, la consapevolezza di lavorare in un’azienda socialmente responsabile porta i lavoratori ad essere più soddisfatti e ad operare in un clima più tranquillo, e quindi più produttivo e porta ad un miglioramento dell’immagine aziendale sul mercato.

Guardando al lato economico, consideriamo che le produzioni Made in Italy godono già di un’elevata reputazione nel resto del mondo, in quanto viene riconosciuto il grande valore aggiunto proprio dei prodotti manifatturieri. Riuscire prima a calcolare e poi a comunicare efficacemente questo valore aggiunto che i prodotti Made in Italy contengono, può essere un’ottima strategia per ampliare le proprie fatte di mercato. Se guardiamo ad esempio al settore moda, secondo la terza edizione dell’Osservatorio PwC: Millennials vs Generation Z del 2018, questa due categorie di consumatori, al 60% preferiscono acquistare prodotti di alta qualità rispetto a prodotti di bassa qualità e, nel 37% dei casi preferiscono acquistare prodotti sostenibili, nonostante debbano spendere un po’ di più[4]). Per le imprese è oggi fondamentale comprendere l’importanza della produzione immateriale e del possesso di risorse che non possono essere imitate dai loro concorrenti, come la reputazione, la legittimazione e il consenso. La mera guerra di prezzo è un sistema che, specialmente per l’Italia, non è più auspicabile come strategia di mercato.

Responsabilità sociale d'impresa

La crescente innovazione tecnologica e digitale che ha contraddistinto gli ultimi anni, specialmente le cosiddette environmental, green e clean technologies, hanno permesso una crescente diffusione dello sviluppo sostenibile a livello mondiale. Grazie alle innovazioni di prodotto e processo, alla digitalizzazione delle aziende e dei modelli di business è stato possibile risparmiare risorse e migliorare la qualità della vita dei lavoratori, ridurre di molto i consumi, la produzione dei rifiuti e gli sprechi e migliorare l’efficienza aziendale. Intraprendere un cammino volontario rivolto allo Sviluppo Sostenibile, considerando anche il crescente aumento delle norme redatte a tutela dell’ambiente e dei lavoratori, può consentire alle aziende di essere pronte a fronteggiare futuri irrigidimenti normativi e ottenere un forte vantaggio competitivo.

Se la tematica trattata in questo articolo ti ha interessato alla tematica sia da un lato operativo che da uno solamente informativo, nei prossimi post capiremo le differenze tra le varie tipologie di report (dal report integrato alle Dichiarazioni non finanziarie) e come redigerli efficacemente.

Fonti 

[1] Definizione ufficiale apparsa nel 2001 nel Libro Verde della Commissione Europea. A seguito del Consiglio Europeo di Lisbona del 2000 infatti, la CSR è formalmente entrata nell’Agenda dell’Unione Europea.

[2] Il Valore Aggiunto indica l’aumento di ricchezza generato dall’impresa con la propria attività produttiva. Sopra viene indicato il processo di determinazione: risulta dalla differenza tra il valore della produzione e I costi intermedi per l’acquisizione di beni e servizi. Da questi dati assoluti, notiamo che il Valore Aggiunto distribuito è aumentato in totale e verso tutte le categorie di stakeholders.

[3] Strategia di comunicazione adottata da alcune organizzazioni al fine di costruirsi un’immagine mendacemente positiva riferita alla sostenibilità ambientale, per distogliere l’opinione pubblica da quanto di negativo il proprio business faccia all’ambiente.

[4] FONTE: https://www.ilsole24ore.com/art/moda/2018-10-16/sostenibilita-millennials-e-generazione-z-prima-linea-acquisti-e-investimenti–174101.shtml?uuid=AERNkDOG

Autore

Anna Maria Malaisi

Anna Maria Malaisi

Owner Navitas Coworking, tirocinante esperto contabile

Per lei i numeri non hanno segreti. Quando non è impegnata a far quadrare i conti del Navitas e dei professionisti che ci lavorano, la troverete intenta nella gestione della vita del nostro Coworking. Già perché se il Navitas è ancora più grande, bello e con tante idee che gli frullano per la testa è anche grazie a lei. “Dopo aver lavorato quattro anni nell’azienda di famiglia, era arrivato il momento di fare qualcosa di mio. Ho scelto Navitas perché mi piace confrontarmi ogni giorno con professionalità diverse in un ambiente dinamico e stimolante”. Siamo sicuri che insieme a Mauro, Anna ci porterà lontani!